
A Barcellona l’architettura riscrive il proprio vocabolario
Il Congresso mondiale UIA 2026 mette al centro il progetto che si misura con crisi climatica, casa, riuso, cura e nuove economie dei mezzi
L’architettura è un ponte vitale tra culture». Con queste parole Joan Busquets, presidente onorario del Congresso mondiale degli architetti Uia 2026, ha sintetizzato una delle missioni dell’appuntamento in corso a Barcellona: riposizionare la disciplina non solo come pratica costruttiva, ma come strumento per affrontare «le nuove sfide urbane e le incertezze della nostra società».
La posta in gioco è ampia. Per Busquets, il Congresso deve interrogare la capacità dell’architettura di promuovere nuove forme di abitare, modelli innovativi di costruzione e gestione, ma anche di rispondere agli effetti della globalizzazione, che tende a omogeneizzare le città.
Da qui la necessità che ogni contesto reagisca a partire dalla propria tradizione, dalla propria governance e dalla propria capacità di costruire ambienti più resilienti, giusti e sostenibili.
È dentro questa cornice che Barcellona ospita il XXIX Congresso mondiale dell’Unione internazionale degli architetti, in programma dal 28 giugno al 2 luglio 2026 con il titolo “Becoming. Architectures for a planet in transition”. A trent’anni dall’ultima edizione ospitata in città, il Congresso riunisce migliaia di professionisti, studenti, istituzioni e ricercatori intorno a un’agenda che mette insieme crisi climatica, emergenza abitativa, circolarità dei materiali, trasformazione dello spazio pubblico, intelligenza artificiale, geopolitica, cura e diritto alla casa.
Dalla plenaria di apertura e dalle prime sessioni emerge un dato: non si tratta soltanto di aggiornare temi e strumenti, ma di ridisegnare il lessico stesso dell’architettura contemporanea. Alcune parole, un tempo laterali, diventano centrali. Altre, sedimentate nella tradizione disciplinare, vengono rilette alla luce di un pianeta in transizione. Eccone dieci.
Dalle plenarie e dai primi panel emerge un dato: non si tratta soltanto di aggiornare temi e strumenti, ma di ridisegnare il lessico stesso dell’architettura contemporanea. Alcune parole, un tempo laterali, diventano centrali. Altre, sedimentate nella tradizione disciplinare, vengono rilette alla luce di un pianeta in transizione. Eccone dieci.
1. Ponte. La parola scelta da Busquets non è retorica. Ponte significa capacità di connettere culture, scale e saperi, ma anche di mediare tra interessi spesso divergenti: pubblico e privato, memoria e trasformazione, locale e globale, urgenza ambientale e fattibilità economica. In questo senso l’architettura non può più limitarsi a produrre oggetti compiuti. È chiamata a costruire condizioni di relazione.
Nel Congresso questa idea attraversa l’intero programma: dagli spazi della casa alle infrastrutture metropolitane, dai waterfront alla gestione dei patrimoni esistenti, dalle politiche pubbliche alla dimensione culturale del progetto.
Il ponte è anche quello tra professione e società: senza questo passaggio, il dibattito architettonico rischia di restare interno alla disciplina.
2. Transizione. “Becoming” non indica uno stato finale, ma un processo. Il progetto non arriva dopo la crisi per risolverla dall’esterno; ne è parte, perché l’ambiente costruito ha contribuito a produrre consumo di suolo, emissioni, disuguaglianze e fragilità. La transizione, quindi, non è uno scenario futuro: è la condizione presente dentro cui l’architettura deve operare.
La plenaria del giorno di apertura, 29 giugno, ha insistito su questo punto: occorre abbandonare una temporalità lineare, fatta di diagnosi, soluzione e opera conclusa, per assumere il progetto come processo aperto, capace di adattarsi nel tempo. Diventare, in questa prospettiva, significa stare dentro il cambiamento, non inseguire una forma definitiva.
3. Coabitazione. Uno dei nuclei più forti della prima giornata di lavori (anche con gli interventi della designer Petra Blaisse, fondatrice di Inside Outside) è l’antropocentrismo. La città non viene più letta come macchina costruita per l’essere umano e contro l’ambiente, ma come parte di sistemi ecologici complessi. Suolo, acqua, atmosfera, piante, animali, microrganismi, materiali e infrastrutture non sono sfondo del progetto: sono agenti con cui il progetto deve fare i conti.
La coabitazione sposta il baricentro della disciplina. Non si tratta solo di progettare spazi più verdi o più performanti, ma di riconoscere che l’abitare è sempre interdipendente. La salute umana è legata a quella degli ecosistemi e la qualità di un edificio dipende dal microclima che produce, dai materiali che incorpora, dal suolo che consuma o rigenera, dalle specie che accoglie o respinge.
4. Suolo. Il suolo è una delle parole più politiche del nuovo lessico. Non è superficie disponibile, né supporto tecnico da impermeabilizzare, né semplice valore fondiario. È un biosistema fragile, intrecciato con cicli idrici, biodiversità, microclimi, produzione alimentare e vulnerabilità climatica. I relatori che intervengono nei panel del Congresso parlano del suolo come infrastruttura vivente da osservare, preservare e rigenerare.
Questo cambia il modo di intendere il progetto: non più composizione statica su una base neutra, ma intervento dentro sistemi dinamici.
L’architetto è chiamato a leggere pendenze, drenaggi, ombre, venti, temperature, assorbimenti, permeabilità, scarti. Il suolo non è ciò che resta fuori dall’edificio: è una delle sue condizioni di possibilità.
5. Stabilità. La triade vitruviana firmitas, utilitas e venustas, viene riletta e integrata con altre tre voci: stabilità, ecologia e cura. In particolare, in un pianeta attraversato da suoli instabili, climi mutevoli, innalzamento dei mari e condizioni incerte, stabile è ciò che sa adattarsi. La stabilità contemporanea non coincide con la rigidità, piuttosto con la capacità di assorbire variazioni, di lavorare con il tempo, di prevedere scenari multipli. Da qui deriva anche una diversa idea di tecnica: non più controllo totale dell’ambiente, ma costruzione di margini, gradienti, dispositivi reversibili, spazi capaci di cambiare uso e comportamento.
6. Cura. Vocabolo che nel contesto del Congresso assume un significato operativo: è manutenzione, riparazione, restituzione, attenzione agli effetti materiali e sociali delle trasformazioni. La cura riguarda gli edifici esistenti, i quartieri, gli abitanti, i corpi non conformi, le specie non umane, le infrastrutture invisibili. Riguarda anche il tempo: ciò che viene costruito deve poter essere mantenuto, adattato, compreso, abitato. In questo senso la cura è l’opposto della retorica dell’icona. Non produce necessariamente immagini memorabili, ma condizioni di durata e responsabilità.
7. Ricrescita. Parola che suggerisce un processo di riparazione che accetta la trasformazione continua, nell’idea che riparare non significhi tornare indietro, ma fare i conti con il danno. La ricrescita implica una particolare idea di rigenerazione urbana: non basta cambiare funzione a un edificio o valorizzare un’area dismessa. Occorre chiedersi che cosa viene restituito: suolo, accessibilità, qualità abitativa, spazi comuni, biodiversità, memoria, economie locali. Senza questa verifica, la rigenerazione rischia di diventare soltanto un’altra parola per dire attrattività immobiliare, avvertimento che nel congresso torna frequente.
8. Circolarità. Nel programma del Congresso, la circolarità non riguarda solo i materiali, ma anche gli edifici, gli usi e le economie. Il tema attraversa la sessione “Economies of Means: Architecture between Efficiency and Generosity”, che mette a confronto Lacaton & Vassal, studio vincitore del Pritzker Prize, e H Arquitectes (vincitore nel 2023 del premio Baffa Rivolta), una delle realtà catalane più riconosciute per la capacità di lavorare su clima, materia e spazio. Qui il punto critico è chiaro: la circolarità non può diventare un alibi per demolire, triturare e riciclare. Lacaton & Vassal esprimono scetticismo verso una retorica del riciclo che riduce edifici complessi a frammenti di cemento, vetro o serramenti. Prima dei materiali, sostengono, viene la riusabilità spaziale: ospedali che possono diventare abitazioni, uffici che possono diventare ospedali, fabbriche che possono diventare spazi pubblici. La vera domanda, dunque, non è solo come riciclare ciò che resta dopo la demolizione, ma come evitare la demolizione quando l’esistente può ancora generare qualità.
9. Economia dei mezzi. La sessione con Lacaton & Vassal e H Arquitectes ha mostrato anche che l’economia dei mezzi non coincide con la riduzione della qualità. Al contrario: può diventare lo strumento per produrre più spazio, più libertà, più comfort, più possibilità d’uso. Per H Arquitectes, il problema è un’architettura contemporanea spesso «dopata dall’energia», che ha perso il rapporto con i fenomeni primordiali: gravità, massa termica, luce, ventilazione, radiazione. L’efficienza non viene intesa come sola prestazione impiantistica, ma come precisione nel mettere in relazione materia solida e materia fluida. La massa diventa buffer energetico, l’involucro filtro adattabile, la sezione strumento per attivare correnti, stratificazioni, scambi tra interno ed esterno. I francesi di Lacaton & Vassal portano la stessa questione su un terreno radicalmente sociale, per loro l’economia è fattore di libertà. La strategia è «costruire il doppio», o anche il triplo, con lo stesso budget. Obiettivo? Fare meglio con meno complessità, liberando spazio, aria, luce, usi e possibilità.
10. Generosità. L’ultima parola (per questo primo reporting di thebrief dal congresso in corso a Barcellona) è forse quella che tiene insieme le altre. Generosità non come spreco, ma come esito di precisione, economia e intelligenza costruttiva. Lacaton & Vassal la pongono come fine dell’architettura: efficienza e precisione sono mezzi per ottenerla. H Arquitectes la cercano nella qualità climatica e spaziale, nella possibilità di abitare portici, logge, facciate apribili, ambienti intermedi, spazi non interamente determinati. E qui si incardina anche l’idea di Lacaton & Vassal di scegliere la demolizione come ultima opzione possibile perché gli edifici esistenti incorporano tempo, energia, cura degli abitanti, decorazioni, memorie, investimenti materiali e affettivi. Lavorare con ciò che c’è diventa una «ginnastica» progettuale: più complessa della sostituzione, ma anche più rispettosa dell’energia umana già depositata nei luoghi.
Dieci parole che non compongono un manifesto chiuso ma indicano una direzione: l’architettura contemporanea deve imparare a parlare meno di forme e più di relazioni; meno di oggetti e più di processi; meno di eccezionalità e più di manutenzione; meno di performance astratte e più di condizioni reali di vita.
Il lessico che il Congresso Uia 2026 sta mettendo alla prova sposta l’ambizione della disciplina, non chiamata a rappresentare il futuro, ma a costruire le condizioni perché quel futuro sia abitabile, giusto, adattabile e condiviso.
In copertina: CCIB © Courtesy of the venue









