Vivere in Lombardia: la casa come emergenza urbana e infrastruttura sociale
La Caritas parla di un quadro drammatico: affitti insostenibili, lavori precari e 10 milioni di alloggi vuoti a fronte di 5 milioni di persone in attesa
Dieci anni dopo l’ultima grande indagine sull’abitare, la Caritas Lombardia torna a interrogarsi sul tema-casa. E lo fa con un approccio che va oltre l’assistenza: ascoltare, analizzare, proporre.
«Le Caritas lombarde hanno incontrato oltre 34 mila persone – ha spiegato don Franco Tassone, coordinatore dell’osservatorio Povertà e risorse regionale – il numero più alto di ascolti dell’intera rete nazionale».
Al centro, ancora una volta, la casa. Non come bene immobiliare, ma come emergenza quotidiana.
«La richiesta di aiuto abitativo – ha ricordato don Roberto Trussardi, delegato regionale dei direttori Caritas – è una delle più impellenti. Bisogna agire subito, con strategie nuove e strumenti efficaci». Il titolo del rapporto, “Dare casa alla speranza”, è programmatico: la casa non come privilegio, ma come diritto primario da restituire dignità e sostenibilità. Dal 2008 a oggi poco è cambiato. Secondo i dati raccolti, dieci milioni di abitazioni sono vuote, mentre cinque milioni di persone attendono un alloggio. Un paradosso urbanistico e sociale che si somma a un divario crescente tra centro e periferia, tra città metropolitane e aree interne.
Quello dell’emergenza alloggi non è un problema solo lombardo, ma le grandi città, Milano in testa, si stanno trasformando in laboratori di disuguaglianza urbana: la pressione dei canoni d’affitto, la scarsità di edilizia pubblica, la rigidità del mercato immobiliare stanno erodendo il tessuto sociale.
Il dato sugli sfratti a Milano è impressionante: da 400 nel 2023 (anno però ancora influenzato dall’effetto Covid) a 14.600 nel 2024, con un aumento del +3.400%. Numeri che raccontano una frattura strutturale e una vulnerabilità diffusa.
Dietro il report Caritas ci sono due anni di lavoro e 177 pagine di analisi, costruite a partire da un campione di 97 persone intervistate in dieci diocesi lombarde. La maggioranza sono donne tra i 35 e i 54 anni, spesso madri sole. Il 51% si è rivolto ai centri Caritas per problemi abitativi, e la metà vive con figli minori.
Il dato economico è inequivocabile: il 42% spende più del 40% del reddito per l’affitto, ben oltre la soglia di sostenibilità del 30%. Molti hanno un impiego, ma precario e sottopagato: il 40% lavora, ma con redditi troppo bassi per reggere il costo dell’abitare. «In Lombardia il problema della casa – spiega Mary Salati, coordinatrice della ricerca – si intreccia con il lavoro e con il reddito. Chi lavora spesso non riesce comunque a pagare l’affitto». La mappa dell’abitare difficile è fatta di bilocali e trilocali sovraffollati, contratti irregolari, affitti in nero e immobili che non rispettano i requisiti minimi di sicurezza. Un terzo degli intervistati ha denunciato problemi strutturali: muffa, infissi marci, impianti elettrici obsoleti, caldaie non a norma, perfino infestazioni.
Molti, però, tacciono per paura di perdere la casa. «Chi paga un affitto sotto il prezzo di mercato – osserva Salati – tende ad accettare condizioni abitative precarie pur di non rischiare lo sfratto». Il rapporto con i proprietari è ambivalente: un terzo è conflittuale, ma due terzi degli inquilini riconoscono disponibilità e comprensione, specie per le spese ordinarie. Quando però servono lavori straordinari o adeguamenti energetici, i piccoli locatori non ce la fanno: mancano risorse e incentivi strutturali.
La metà degli intervistati ha fatto domanda per una casa popolare. Pochissimi l’hanno ottenuta. Le cause sono note: iter burocratici lenti, scarsità di alloggi disponibili e una domanda che cresce anno dopo anno.
Nel mezzo si allarga la “zona grigia”: famiglie troppo povere per il mercato privato, ma troppo “ricche” per l’edilizia residenziale pubblica. Ci sono anche casi di rinuncia all’assegnazione: case troppo piccole, lontane da scuole o luoghi di lavoro, non accessibili per persone con disabilità.
La Caritas non si limita alla denuncia: propone un modello di “amministrazione condivisa” per la casa. «Serve una regia pubblica – sottolinea Tassone – capace di mettere insieme Comuni, Regione Lombardia, imprese, fondazioni e terzo settore. La casa deve tornare a essere un bene comune».
Per don Luciano Valzetti, già coordinatore del tavolo delle Politiche sociali, la chiave è culturale: «Bisogna capire le cause della perdita di una casa, non solo affrontarne le conseguenze. Quando si arriva alla difficoltà abitativa, è perché si è perso molto prima: lavoro, stabilità, dignità». Il tema dell’abitare, insomma, non è solo urbanistico: è un indicatore del benessere collettivo e della tenuta delle città.
La conclusione del rapporto è chiara: la casa è una infrastruttura sociale. Non basta costruire: occorre rigenerare, coordinare, ascoltare. «Diamo voce a chi non ha voce – ha detto Don Tassone – non per retorica, ma perché dietro i numeri ci sono famiglie vere, spesso invisibili. È un grido e una supplica: tornare a fare della casa una speranza per tutti». L’appello finale è rivolto anche al mondo produttivo e alle istituzioni locali: «Il tema non può più essere ignorato. Servono idee, responsabilità e collaborazione. Perché – come ha ammonito Trussardi – se non agiamo ora, questa crisi travolgerà non solo i centri d’ascolto, ma le città stesse».
In copertina: Milano, case in periferia © Adobe Stock

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