I data center cambieranno territori e città ma senza regole si rischiano “fossati analogici”

16-01-2026 Mila Fiordalisi 3 minuti

16-01-2026 Mila Fiordalisi 3 minuti

I data center cambieranno territori e città ma senza regole si rischiano “fossati analogici”

Accelerazione con Pnrr e big tech, ma manca una governance pubblica

«Considerando l’assenza di un quadro regolativo coordinato definitivo, molte amministrazioni locali, spinte dalla volontà di attrarre investimenti tecnologici e di promuovere l’immagine di città digitalmente avanzata, hanno agevolato l’insediamento di nuove strutture senza un’adeguata valutazione degli effetti sul lungo periodo in termini di sostenibilità territoriale, consumo di suolo e compatibilità con gli strumenti di pianificazione urbanistica vigenti». La partita dei data center in Italia rischia di trasformarsi in un pericoloso boomerang considerato che alcuni degli impatti più negativi già si iniziano a toccare con mano. È quanto emerge dalle pagine del manuale “Disciplinare lo sviluppo dei data center, globalizzazione digitale e Pnrr” a cura di Elena Franco e Stefania Tonin pubblicato nella collana del Dcp (Dipartimento di Culture del Progetto) dell’Università Iuav di Venezia (Anteferma Edizioni) che ha nel titolo più che un appello alle istituzioni e alla politica.

Se da un lato si riconosce l’importanza strategica dei data center, dall’altro le autrici sollevano una serie di questioni dirimenti: «Lo sviluppo degli insediamenti dei data center sta avvenendo, analogamente a quanto registrato per la logistica, in assenza di un adeguato governo degli insediamenti e di una revisione delle norme regolatorie e urbanistiche. Per ovvi motivi di carattere cronologico, la pianificazione urbanistica novecentesca non è in grado di contemplare le necessità dei moderni data center». Le procedure in Italia sono complesse: l’iter inizia dal permesso di costruire rilasciato dal Comune, previa verifica della compatibilità urbanistica e della destinazione d’uso dell’area (spesso classificata come produttiva), poi ci sono le valutazioni ambientali (Vas e Via) e quelle energetiche, le autorizzazioni per l’allacciamento alle reti elettriche e di telecomunicazione.


Secondo le autrici «è necessario ripartire dai fondamentali e verificare come si possa gestire l’ondata di insediamenti che si renderanno necessari nei prossimi dieci anni»


Un’espansione che non può prescindere da una «cornice regolativa urbanistica chiara e coerente». All’appello manca una classificazione univoca nei piani urbanistici comunali e c’è troppa ambiguità nelle classificazioni delle destinazioni fra produttive, terziarie o infrastrutturali, o in aree a elevato contenuto tecnologico. Il codice Ateco attribuito ai data center a gennaio di un anno fa è ancora provvisorio e se è vero che nel corso del 2025 la IX Commissione della Camera ha aggiornato il quadro raccogliendo diverse iniziative in una proposta di legge quadro l’iter non risulta ancora concluso. E le linee guida del Mase (il ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica) rappresentano solo un orientamento. Da non da sottovalutare il fatto che la pianificazione urbanistica in Italia è “di impianto gerarchico” e vede nella Legge urbanistica 1150 del 1942 e nelle successive leggi regionali il quadro regolamentare entro cui muoversi su scala comunale.


La questione regolatoria fa il paio con un’altra importante dinamica, quella dell’impatto dei data center sullo sviluppo dei territori e in particolare sull’organizzazione dello spazio.


«Per chi si occupa di pianificazione, tale prospettiva e cruciale perché rivela l’intreccio tra potere economico e trasformazioni insediative, fornendo chiavi di lettura indispensabili per comprendere in che modo le piattaforme stiano ridisegnando città e territori». Le grandi compagnie digitali hanno, infatti, sviluppato un potere infrastrutturale capace di ridisegnare territori e città, fondato su strategie di localizzazione che sfruttano vantaggi posizionali che possono essere definiti come “fossati analogici”. Tali processi propri della logistica a servizio dell’economia di piattaforma producono impatti rilevanti: consumo di suolo, desertificazione commerciale, precarizzazione del lavoro, disuguaglianze. E nel nostro la carenza di pianificazione e il mancato governo del fenomeno hanno favorito un’espansione guidata dal mercato e, in particolare dalle big tech americane «in aree produttive individuate da strumenti urbanistici datati e con oneri urbanistici sottostimati, senza adeguate valutazioni di impatto».

Il Pnrr è intervenuto con investimenti strategici per il potenziamento di ferrovie, intermodalità, digitalizzazione logistica e porti green, e introducendo strumenti come le Zone logistiche semplificate (Zls) concepite per attrarre investimenti e rafforzare l’efficienza delle catene logistiche. «Ma in questo quadro, la mancanza di un disegno unitario di programmazione rischia di amplificare squilibri e concentrazioni, con esternalità negative non governate».

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Mila Fiordalisi
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