Palermo, da custode di cultura a motore del cambiamento
Nel quinto workshop dell’Agenzia del Demanio si ripensa la città pubblica come responsabilità condivisa
Nella città custode della cultura del Mediterraneo, fa tappa il quinto workshop promosso dall’Agenzia del Demanio nell’ambito del ciclo “Responsabilità etica nella cura del patrimonio immobiliare dello Stato” realizzato in collaborazione con la rete delle Università, alleate nell’implementare una cultura condivisa tesa a sostenere la qualità della progettazione.
Dopo Mantova, Bologna, Firenze e Napoli, il percorso arriva a Palermo, ospitato nella Sala delle Capriate di Palazzo Steri presso l’Università degli Studi. Qui il confronto si inserisce in un contesto urbano segnato da una rinnovata vitalità e da una forte attenzione ai processi di riqualificazione.
Il tema della cura del patrimonio pubblico diventa così occasione per riflettere su una possibile restituzione alla città: spazi sottratti all’abbandono che possono tornare a generare valore urbano, relazioni e nuove opportunità per la comunità.
Un invito rivolto soprattutto ai giovani: ripensare la città pubblica come responsabilità condivisa, non come spazio distante o di nessuno. Un laboratorio di pensiero che unisce competenze e nuove generazioni per trasformare la conoscenza in azione.
Un luogo dove ricerca, formazione e progetto si incontrano per costruire città più consapevoli, inclusive e per affrontare le grandi sfide contemporanee. Nel primo tavolo, “Responsabilità etica del manager pubblico” si è affrontato il tema del patrimonio immobiliare pubblico come bene comune nell’interesse della collettività, dove l’amministrazione è chiamata ad interpretare al meglio i valori, le vocazioni e i bisogni delle comunità amministrata. Per i saluti istituzionali il rettore dell’Università degli Studi di Palermo, Massimo Midiri e la presidente dell’Ordine degli Architetti PPC della Provincia di Palermo, Giuseppina Leone. Tra i relatori Alessandra dal Verme, direttore dell’Agenzia del Demanio, che ha raccontato il ruolo dell’Agenzia, chiamata a gestire un patrimonio immobiliare dello Stato composto da oltre 45mila beni pubblici, che richiede una responsabilità non solo amministrativa, ma anche etica. Musei, uffici pubblici, caserme, conventi, carceri, torri e chiese costituiscono un patrimonio diffuso e complesso, l’obiettivo non è soltanto massimizzare il valore economico dei beni, ma generare impatto sociale e ambientale, restituendo alla collettività spazi che, se abbandonati, produrrebbero degrado e nuovi costi pubblici. In questa prospettiva, l’etica della condivisione diventa una linea guida: il coinvolgimento di più attori, chiamati a contribuire nei diversi momenti del processo decisionale, rafforza la qualità delle scelte e aiuta a superare la complessità gestionale e amministrativa. Al centro resta l’obiettivo sostanziale della norma e della disciplina: la tutela dell’interesse collettivo.
Con l’etica della narrazione, Gaetano Savatteri, giornalista e scrittore, ha parlato di come la riconquista degli spazi pubblici non sia soltanto un’operazione urbanistica o patrimoniale, ma un passaggio culturale.
«Vorrei partire da una domanda: che ruolo ha la narrazione nei processi di rigenerazione? E, soprattutto, può esistere un dinamismo rigenerativo in territori che spesso vengono raccontati come immobili?» incalza Savatteri. «Quando si parla di Sicilia, c’è una frase che tutti conosciamo, siciliani e non siciliani: “Tutto cambia perché nulla cambi”. La ripetiamo, la sentiamo ripetere, a volte quasi ce ne vantiamo. È una citazione alta, viene da un grande libro, Il Gattopardo, e proprio per questo finisce per convincerci. Ci siamo abituati a pensare che la Sicilia sia condannata all’immobilità, all’oblio, a una forma di sonno eterno». Una narrazione pericolosa. Nel Gattopardo, il Principe di Salina non si chiede mai chi siano davvero le persone che vivono intorno al suo palazzo: quelli che zappano la terra, quelli coperti di stracci, quelli che abitano case senza acqua, senza finestre, senza fognature. Per lui sono sudditi. Non cittadini. E il Principe, per quel paese, non fa nulla. Non porta l’acqua, non migliora le condizioni di vita, non si assume una responsabilità pubblica.
«Eppure, quelle condizioni non erano un destino naturale. Erano condizioni storiche, sociali, politiche. Lo ricordava bene Sciascia: l’uomo del Sud, l’uomo siciliano come entità antropologica, non esiste. Esistono condizioni che producono comportamenti, mentalità, rassegnazioni. Ci hanno raccontato come volevano che fossimo, e noi spesso abbiamo finito per crederci. Per questo Palermo deve continuare a liberarsi dal retaggio del sentirsi sudditi. Deve continuare a riconoscersi come città di cittadini».
Da questo punto di vista, spiega Savatteri, la stagione terribile delle stragi e degli omicidi mafiosi ha generato anche una risposta etica, che a Palermo le nuove generazioni stanno trasmettendo. Persone che hanno imparato a sentirsi parte della città, non estranee ad essa. «Ma questa etica ha bisogno di essere sostenuta anche dallo Stato. A Palermo, più che altrove, serve una responsabilità etica del pubblico rispetto al privato. Perché lo spazio pubblico è stato spesso devastato, chiuso, privatizzato, sottratto. E quando a chiudere uno spazio pubblico è un privato, posso denunciarlo, contestarlo, affrontarlo. Ma quando è lo Stato a non tenere aperto uno spazio pubblico, allora diventa più difficile capire con chi prendersela. E lì lo sforzo etico rischia di fallire. Io non voglio dare ragione al Principe di Salina. Non voglio pensare che vogliamo soltanto dormire, che i nostri sogni siano eterni perché ci sentiamo perfetti. Penso, al contrario, che questa città abbia dimostrato di saper costruire una coscienza civile. Ma anche lo Stato deve fare la sua parte. Deve evitare di sentirsi perfetto nel proprio silenzio. Deve assumersi la responsabilità di aprire, custodire e restituire spazi pubblici. Perché è anche da qui che passa la rigenerazione di una città», conclude.
Nel Piano Città di Palermo – raccontato nell’intervento di Fabrizio Tucci, professore universitario a La Sapienza di Roma e responsabile della Qualità della Progettazione Agenzia del Demanio – sono emerse questioni decisive che orientano la riflessione nella sinergia tra istituzioni dello Stato e del territorio, e sulla qualità delle scelte strategiche. Al centro i casi della Ex Chimica Arenella, oggetto di un’iniziativa Reinventing Cities, la riqualificazione del waterfront, per ricucire le relazioni tra la città e il porto in un’ottica di sviluppo e rigenerazione del territorio; il Palazzo delle Finanze, ma anche l’ex carcere e l’ex dogana, un vuoto urbano da restituire dopo oltre 20 anni alla città con un’azione di ricucitura tra patrimonio storico e comunità del territorio e poi l’housing universitario e sociale, una priorità nel mutato contesto urbano.
Il workshop può essere letto come un discorso polifonico, costruito attorno al tema dell’etica intesa non come principio astratto, ma come scelta consapevole e intenzionale.
Parlare di patrimonio pubblico significa oggi trovare parole nuove per raccontare le forme dell’abitare, gli spazi comuni, il rapporto tra gli immobili e la città, tra l’edificio e il suo spazio esterno.
Per Maurizio Carta, professore dell’Università degli Studi di Palermo e assessore alla Rigenerazione urbana, sviluppo urbanistico e mobilità sostenibile del Comune di Palermo, i casi del capoluogo siciliano — dal Palazzo delle Finanze alla Zecca, dal Marchesi a Chimica Arenella — mostrano come non basti individuare una funzione capace di massimizzare il valore di un bene. Occorre reinserire quel bene in una dimensione pubblica, aperta e condivisa, in cui funzioni diverse e comunità diverse possano incontrarsi. «Non vorrei che uscissimo da questa sala pensando che il modello del Demanio sia semplice, lineare, privo di ostacoli. Al contrario, proprio dagli interventi ascoltati emerge tutta la complessità di questo percorso.
Il Piano Città non è un masterplan chiuso, autosufficiente, già definito una volta per tutte. È uno strumento aperto, progressivo, adattabile. Ha bisogno di relazioni, di interpretazioni, di attivazione. Per questo lo definisco una “macchina pigra”: funziona solo se entra in dialogo con istituzioni, comunità, competenze e territori», spiega Carta.
«A Palermo questo approccio diventa evidente. Il Piano Città – per l’assessore – non riguarda solo immobili da valorizzare, ma questioni urbane da rimettere in movimento: l’abitare, il lavoro, l’educazione, la cultura, lo spazio pubblico, la produzione, la rigenerazione di luoghi complessi. «Non possiamo più limitarci a rispondere a domande già espresse. Dobbiamo progettare anche per bisogni che ancora non sono del tutto visibili, per generazioni che abiteranno la città domani. Questo richiede coraggio, sperimentazione, monitoraggio continuo e capacità di modificare le scelte lungo il percorso». Il Piano Città di Palermo, dalla ex Chimica Arenella a Palazzo Marchesi fino al sistema Zecca-Finanze, prova a costruire proprio questo. «Non una somma di interventi, ma un processo condiviso, capace di trasformare il patrimonio pubblico in leva di valore sociale, urbano e collettivo», conclude l’assessore palermitano.
Nell’etica del progetto la valorizzazione del patrimonio pubblico non può limitarsi alla ricerca di una funzione o di un equilibrio economico-finanziario. Deve tradursi nella capacità di trasformare gli immobili pubblici in luoghi capaci di generare qualità urbana. L’etica del progetto sta nella capacità di affrontare la dimensione dinamica della città: non limitarsi a rispondere alle domande esplicite, ma intercettare anche quelle inespresse. Per farlo servono strumenti adattabili, flessibili, capaci di accompagnare trasformazioni che non sono mai statiche. Per l’architetto Mario Cucinella – fondatore e direttore creativo di MCA – l’urbanistica, oggi, è chiamata a superare un’idea autoreferenziale del proprio ruolo: troppo decisionistica, troppo dirigistica, spesso incapace di misurarsi con la vita reale, fatta di variabili, cambiamenti, bisogni che mutano.
Le città vanno avanti comunque, con o senza strumenti adeguati. Cambiano le famiglie, il lavoro, le funzioni, i modi dell’abitare, il digitale entra nella quotidianità, lo smart working modifica i ritmi urbani. Se gli strumenti non sono capaci di adattarsi, la città procede attraverso varianti, eccezioni, aggiustamenti continui.
«Il punto, però, non riguarda solo gli strumenti. Riguarda anche la macchina pubblica, che deve compiere un salto di qualità nella conoscenza, nella competenza e nella capacità di dialogo. Il rapporto pubblico-privato in Italia ha spesso funzionato male anche perché il pubblico non sempre è stato messo nelle condizioni di sedersi al tavolo con il privato con autorevolezza. Non per rinunciare al proprio ruolo, ma per esercitarlo pienamente: governare l’iniziativa privata, orientarla, darle una cornice di interesse collettivo», spiega.
Serve quindi una rivoluzione culturale dell’urbanistica e della norma. In Italia il sistema regolativo è spesso eccessivo, stratificato, difficile da interpretare. Ma le grandi visioni, da sole, non bastano: devono poi misurarsi con il terreno concreto del progetto. Anche un piano urbano metodologicamente solido rischia di restare uno schema se non viene tradotto in architettura di qualità. Ed è qui che emerge un nodo centrale. «In questo Paese non si investe abbastanza sull’architettura. L’architettura non è solo infrastruttura, non è una strada, non è un fatto tecnico-amministrativo. È cultura. In altri Paesi, come la Francia, l’architettura è riconosciuta come materia culturale. In Italia, invece, manca ancora una vera legge sull’architettura e manca un sistema capace di garantirne la qualità fino alla fine del processo. Eppure, l’Italia non è riconosciuta nel mondo solo per il cibo, ma per i musei, l’arte, le città, il patrimonio costruito. Proprio per questo colpisce quanto l’architettura contemporanea sia stata progressivamente dimenticata».
La sfida, dunque, si gioca soprattutto nella città moderna, nelle periferie, nel patrimonio pubblico, nei luoghi dove il progetto può tornare a essere strumento di cura.
«Il ruolo pubblico, in questo senso, è determinante – continua -. Fare una scuola, un’università, una residenza per studenti, uno spazio collettivo significa dire a una comunità: mi prendo cura di te attraverso la cosa più bella e più utile che posso realizzare. Questa è una responsabilità che il privato, da solo, non può assumere nello stesso modo». Perché la dimensione etica del progetto sta qui: nel fare una cosa pubblica nell’interesse di chi la abiterà, la userà, la attraverserà. Significa investire sull’architettura come forma concreta di cura, di qualità urbana e di responsabilità collettiva. Il workshop, in continuità con i precedenti, si è chiuso con un momento di confronto aperto, segnale di un approccio partecipativo ai processi che regolano i Piani Città degli immobili pubblici.
In copertina: © Palazzo della Finanze – Agenzia del Demanio

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