11-09-2026 Paola Pierotti 4 minuti

Macrì: «Gli ingegneri del futuro dovranno essere più architetti». La sfida dei territori passa dalle competenze

Dal presidente di Leonardo il richiamo a competenze e multidisciplinarità. A San Gusmè formazione, arte e servizi per il futuro dei territori

«Gli ingegneri del futuro dovranno essere più architetti». Francesco Macrì, presidente di Leonardo, parte da una conclusione maturata durante un recente confronto al Politecnico di Milano con facoltà e ricercatori di ingegneria per ragionare sull’impatto dell’intelligenza artificiale sulle professioni tecniche. Non una sovrapposizione tra mestieri, ma la necessità di passare dall’iperspecializzazione alla capacità di governare sistemi complessi.

Il tema è entrato nel confronto di “Radici Antiche, Algoritmi Nuovi”, organizzato il 9 settembre a San Gusmè, dove professionisti, imprese, amministratori e gestori dei servizi pubblici hanno ragionato sulle condizioni che consentono ai piccoli centri di rimanere abitabili: progetto, tecnologia, servizi, economia e capacità amministrativa.

Per Macrì la trasformazione riguarda prima di tutto le competenze. Gli ingegneri dovranno continuare a rafforzare le conoscenze di base, dalla fisica alla matematica, ma allo stesso tempo acquisire una «maggiore capacità multidisciplinare». L’intelligenza artificiale moltiplica le alternative tecniche disponibili e sposta il valore professionale sulla capacità di selezionarle.

«Ingegneri che diventano più architetti di sistemi complessi», ha sintetizzato il presidente di Leonardo. Da qui il richiamo alla «coscienza critica», alla capacità di scegliere la soluzione più adeguata senza subire il progresso tecnologico.

È una questione che Macrì lega anche alla struttura industriale. Leonardo investe, secondo i dati presentati durante l’incontro, 3 miliardi di euro l’anno in ricerca e sviluppo e conta 17mila persone impegnate nell’ingegneria di prodotto; in Italia opera attraverso una filiera di 4.500 fornitori, in larga parte piccole e medie imprese. L’innovazione, nella lettura proposta a San Gusmè, non si esaurisce quindi nei grandi poli tecnologici, ma passa anche dalla capacità delle filiere territoriali di assorbire conoscenza e trasformarla in attività economica.

Sul capitale umano si innesta il contributo di Emiliano Mangone, amministratore di Chiantibanca e presidente del Comitato sostenibilità. «Innovare vuol dire preparare e formare le persone affinché possano comprendere le potenzialità dell’innovazione», ha detto. Per Mangone il punto debole dei bilanci d’impresa è proprio ciò che non riescono a rappresentare pienamente: «La persona, la forza lavoro è la vera ricchezza» delle piccole e medie imprese. E per questo il credito dovrebbe sostenere non soltanto l’acquisto di tecnologia, ma «soprattutto la formazione dei dipendenti», il cui costo può arrivare a superare quello dell’impianto tecnologico.

«Senza quella è inutile avere l’innovazione», ha concluso Mangone riferendosi alla formazione. Un passaggio che sposta il tema delle competenze dalla singola professione all’intero ecosistema produttivo: progettisti, imprese, amministrazioni e gestori dei servizi devono essere in grado di utilizzare le tecnologie prima ancora di poterle mettere a terra.

Nel confronto è entrato anche il tema dell’arte come leva di sviluppo territoriale. Carlo Pizzichini, docente alle Accademie di Belle Arti di Brera e Firenze, ha richiamato Peccioli come esempio di «rinascita urbana attraverso le arti contemporanee», con un museo diffuso che mette in relazione installazioni, architetture e infrastrutture (anche potendo far tesoro della visione e dell’imprenditorialità di Renzo Macelloni, per 7 volte sindaco della cittadina toscana, con un impegno anche come amministratore della discarica locale) .


Per Pizzichini, l’arte contemporanea può diventare un «dispositivo relazionale», capace di generare nuovi significati e nuova visibilità nei territori.


È sul “mettere a terra” che il punto di vista delle utilities completa il quadro. Alessandro Fabbrini, presidente di Sei Toscana, lega la tenuta dei borghi all’universalità dei servizi: il compito di chi gestisce servizi pubblici locali è «non far diventare nessun territorio di serie B». Il servizio, ha detto, «è uguale a Siena, è uguale a Castelnuovo, è uguale fino a San Gusmè». Ma uguaglianza non significa replicare ovunque lo stesso modello: nei territori meno densi il servizio va «cucito» sulle caratteristiche locali, combinando soluzioni diverse.

Per Nicola Ciolini, amministratore delegato di Estra, la stessa logica riguarda l’energia. Territori e aziende devono confrontarsi sulle soluzioni compatibili con le esigenze locali, mentre produzione rinnovabile, stoccaggio e digitalizzazione diventano parti di un unico sistema. Estra, ha ricordato Ciolini, è passata da 17 a oltre 100 MW di capacità rinnovabile installata in due anni e punta a 500 MW nell’arco dei prossimi tre. Ma la tecnologia, da sola, non chiude il cerchio: «Gli strumenti che oggi le utilities possono mettere a disposizione dei territori» devono rispondere alle «vere esigenze» delle comunità.

La scala di sistema emerge anche dall’esperienza di Tiziano Scarpelli, presidente di Sienambiente. Alla nascita della società, ha ricordato, nella provincia c’erano 36 discariche, una per Comune, spesso gestite da enti senza strutture tecniche sufficienti. Il passaggio successivo è stato costruire un piano industriale di area vasta in grado di chiudere il ciclo dei rifiuti all’interno del territorio provinciale. Oggi gli impianti producono anche biometano ed energia e, secondo i dati riportati da Scarpelli, l’energia generata equivale ai consumi di circa un quinto della popolazione provinciale.

È una traiettoria che Eugenio Bertolini, amministratore delegato di Iren Ambiente, ha ricondotto alle origini stesse delle multiutility: «Le multiutility nascono come municipalizzate», cioè come aziende costruite dai Comuni per garantire servizi efficienti ed efficaci. Crescere di scala, nella sua lettura (che aggiorna puntualmente nell’appuntamento di San Gusmè) serve anche a trasferire tra territori esperienze e soluzioni sperimentate altrove, mantenendo però il principio del servizio universale e di costi sostenibili.

Dalle professioni tecniche alla formazione delle imprese, fino alle reti di acqua, energia e rifiuti, il confronto di San Gusmè ha quindi restituito un punto comune: l’innovazione non coincide con la disponibilità di una tecnologia. Richiede persone in grado di scegliere, amministrazioni capaci di programmare e soggetti industriali che lavorino alla scala necessaria. È in questo senso che la provocazione di Macrì sugli ingegneri «più architetti» supera il confine delle professioni: la competenza richiesta è sempre più quella di tenere insieme sistemi, attori e decisioni.

In copertina: San Gusmè © PPAN

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Paola Pierotti
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