La “Carta di Parma” sfida il mercato e rimette al centro la responsabilità del progetto

21-05-2026 Tommaso Nonni | Paola Pierotti 5 minuti

21-05-2026 Tommaso Nonni | Paola Pierotti 5 minuti

La “Carta di Parma” sfida il mercato e rimette al centro la responsabilità del progetto

Dalla teoria alla pratica urbana, le sette risposte della ricerca universitaria per affrontare le sfide climatiche, politiche e comunitarie dei nostri territori

Vita e cura, teoria e storia, e poi città, politica e ambiente, sette parole che possono far tornare a dialogare mondi che non comunicano da tempo, così da riportare l’architettura a un ruolo centrale nel dibattito pubblico nazionale. Proprio dal valore che l’architettura ha avuto storicamente e che dovrebbe avere tutt’oggi è partita la presentazione della “Carta di Parma”, che si è svolta il 19 maggio 2026 nella sede della presidenza del Senato.

Un manifesto collettivo, nato da un lungo percorso di ricerca promosso da ProArch e sviluppato attraverso il confronto tra scuole di architettura, università, ricercatori e istituzioni. Ad aprire i lavori è stato il presidente della società scientifica ProArch, Pasquale Miano, che ha sottolineato come il manifesto rappresenti «alcuni fondamenti comuni assunti come elementi basilari della specificità dell’architettura italiana ad oggi». Un contributo critico sul ruolo dell’architettura, in una sede istituzionale.


Una Carta che nasce dalla relazione tra dimensione storica e dimensione progettuale dell’architettura, e con l’intento di restituire una maggiore consapevolezza della responsabilità sociale del progetto.


Da qui la lettura pubblica delle sette parole del manifesto, concepite non come categorie o capitoli, ma come sette domande a cui l’architettura italiana è tenuta a dare risposte. Il primo termine è “vita”, definita come l’attitudine storica dell’architettura italiana a dare forma allo spazio intorno alle persone, costruendo luoghi identitari e relazioni comunitarie. Segue “cura”, intesa come capacità di opporsi a prassi standardizzate e saperi specialistici che rischiano di allontanare il progetto dai bisogni reali della città. “Teoria” viene invece individuata come tratto distintivo della tradizione italiana, fondata sul legame tra pensiero e costruzione: la riaffermazione di questa dialettica, sostiene il manifesto, potrebbe restituire profondità critica all’architettura italiana nel contesto internazionale.


Emerge poi il ruolo della “storia”, definita come campo privilegiato della riflessione teorica dell’architettura italiana, e quello della “città”, considerata il luogo naturale del progetto architettonico e del suo confronto con la struttura urbana.


La “politica” viene evidenziata per la dimensione costitutiva dell’architettura italiana, chiamata a partecipare al dibattito sul destino delle città e sullo sviluppo del Paese. Questione su cui diverse amministrazioni si stanno interrogando, come fa Brescia con la sua Agenda Urbana al 2050. Infine “ambiente”, che lega il progetto contemporaneo alle sfide climatiche e su cui la campagna di Asvis con il recente festival (e la presentazione degli esiti in agenda questa settimana) e l’attenzione alla valutazione di impatto generazionale dà piena testimonianza.

La Carta di Parma viene così presentata non come un semplice documento teorico, ma come il risultato di un processo collettivo. Una base di lavoro per per aprire un confronto tra architettura, istituzioni e società.

Dario Costi ha descritto la Carta come una prima risposta alle domande emerse durante il lavoro svolto nelle scuole di architettura italiane. «C’è ancora un’azione critica, viva, impegnata nelle scuole di architettura, rispetto a ciò che accade nel mondo?», si è chiesto, denunciando il rischio di una disciplina schiacciata sulle dinamiche del mercato. «Nessuna architettura come la nostra si fonda intorno alle persone», ha affermato, rivendicando la specificità italiana nel rapporto tra progetto, teoria e città, capace di raccogliere collettivamente i frutti di un lavoro con l’idea poi di restituirli. Questione che corre anche nelle pagine della recente pubblicazione “Amiamo l’architettura” di Spartaco Paris, con una riflessione “sul destino incerto di un’arte civica”. Dibattito annoso che spesso ha portato alla domanda di una legge per l’architettura (che in Italia ancora non c’è).

«Ogni manifesto parte da un disagio» ha detto Renato Capozzi, professore dell’Università di Napoli secondo cui il disagio individuato riguarda la perdita di centralità dell’architettura nella società contemporanea e l’indebolimento del suo rapporto con la politica. Capozzi ha poi richiamato il pensiero di Ernesto Nathan Rogers e la tradizione teorica italiana, ricordando che l’architettura ha iniziato quasi subito a parlare italiano. Per il docente, teoria, storia e città costituiscono il nucleo della tradizione nazionale, mentre il rapporto con la politica deve tornare ad essere forte e strutturale. «L’architettura è la manifestazione sensibile dell’idea del cambiamento».

Anche Luca Lanini dell’Università di Pisa ha sottolineato il valore culturale del progetto architettonico italiano, definendolo una maniera per comprendere il mondo. Per Lanini, «l’architettura italiana è sopravvisuta a una globalizzazione che ha voluto omogenizzare tutto. Ha mantenuto la sua natura pluralista portatrice di ricchezza. Ha continuato ad avere una sua identità precisa con le città, di riflessione sulle proprie tecniche che si trasforma in teoria. Ha mantenuto il suo carattere nazionale». Nella restituzione corale del manifesto collettivo, Marco Biraghi del Politecnico di Milano ha invece affrontato il tema della debolezza degli architetti di fronte alle logiche economiche e produttive contemporanee, sottolineando la necessità di un rapporto più saldo con la politica per restituire forza al progetto urbano e alla dimensione collettiva dell’architettura.


«La politica è una scienza architettonica», ha ricordato citando la prima pagina della scienza nicomachea di Aristotele, spiegando che architettura e politica condividono la responsabilità di costruire la società.


A chiudere gli interventi è stata la storica dell’architettura della Sapienza, Maria Clara Ghia (unica donna al tavolo dei relatori) che ha evidenziato l’importanza di ricostruire un dialogo tra storia e progetto e dare un ruolo primario all’architettura nel contesto italiano.

«L’architettura è stata erroneamente percepita come marginale nei processi di cambiamento e sviluppo della società, nella costruzione di comunità. È un mestiere che riguarda soprattutto la collettività, in barba agli specialismi che si chiudono nelle torri d’avorio».

La Carta di Parma come punto di partenza in cerca di una voce pubblica, forte e coesa.


Una sfida che ha un unico obiettivo: ridare valore all’architettura per la sua capacità di immaginare, per la sua capacità di dare risposte, per la capacità di fare sintesi.


Temi sui quali si confronterà anche la prossima Biennale a Venezia e che richiede una forte determinazione nel tenere insieme teoria, cultura e ricerca con la pratica, le competenze e le professioni come abbiamo cercato di evidenziare anche nel recente appuntamento di Ppan, su “Architetture di pace”.

In copertina: cupola della Basilica di Santa Maria della Steccata a Parma ©Pexels

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Tommaso Nonni
Paola Pierotti
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