Comunità sfiduciate, spazi da ricucire: la lezione urbana di Ciciliano
L’intervento all’iniziativa promossa da Ppan Academy e Dipartimento degli Studi Islamici (Cuirif). Dalle periferie alla comunità, progettare la fiducia
L’architettura come pratica concreta, capace di tenere insieme spazio, comunità e politiche pubbliche. È da questa prospettiva che si è sviluppato l’incontro “Architetture di pace. Diplomazia culturale, benessere collettivo e nuove geografie urbane”, promosso da PPAN Academy – Dipartimento Futureproof Cities e dal Dipartimento di Studi Islamici, entrambi parte del Cuirif (eCampus e Università Pontificia Antonianum), nel quadro del Festival dello Sviluppo Sostenibile 2026. Il luogo scelto, la Grande Moschea di Roma, non è stato solo uno scenario, ma parte integrante del ragionamento: un edificio che intreccia culture, linguaggi e tradizioni diverse, assumendo l’architettura come dispositivo di convivenza.
A introdurre il senso dell’incontro è stato anche il contributo video di Enrico Giovannini, co-fondatore e direttore scientifico di ASviS, che ha collegato pace, sostenibilità e responsabilità delle istituzioni. «Sostenibilità ovviamente comprende la pace – ha ricordato Giovannini, sottolineando come – pace, diritti e soprattutto l’impegno delle istituzioni per proteggere la pace» siano uno dei pilastri dello sviluppo sostenibile. Ma il passaggio più forte riguarda proprio l’architettura, assunta non come disciplina tecnica, ma come capacità di comporre complessità: «Io dico spesso che se un giorno rinascerò vorrei rinascere architetto, non economista, perché architettare in senso positivo cose complesse, come gli architetti fanno, è una delle cose più belle che si possono immaginare».
Da qui, la formula che ha dato densità al titolo dell’incontro.
«Architettare la pace in un momento in cui il linguaggio che ci circonda è un linguaggio di guerra, di conflitti, di scontri, è forse un sogno da realizzare adesso, non in un’altra vita»
Per Giovannini, il dialogo interreligioso e la costruzione di comunità diventano parte della stessa sfida. La sostenibilità, ha aggiunto, non si realizza da soli: «Bisogna cooperare e quando si coopera si costruiscono comunità».
È proprio su questa soglia, tra architettura, istituzioni e comunità, che si inserisce il contributo di Fabio Ciciliano, capo del Dipartimento della Protezione Civile e già impegnato su fronti complessi: dalla gestione dei grandi eventi, come Giubileo e Olimpiadi Milano-Cortina, agli interventi straordinari, da commissario, in territori fragili come Caivano e altre aree del Mezzogiorno ad alta vulnerabilità.
Il suo intervento ha spostato il discorso dalla dimensione simbolica a quella operativa. Se la pace è anche una questione urbana, allora i luoghi di culto, gli spazi pubblici, le scuole, gli impianti sportivi, i servizi e le case diventano strumenti attraverso cui una comunità può essere ricucita o lasciata ai margini.
«I luoghi di culto sono fondamentalmente luoghi di cultura. L’architettura non va intesa solo in senso tecnico, ma come conoscenza sociale», ha affermato Ciciliano, richiamando la necessità di superare una lettura puramente edilizia degli interventi pubblici.
Il punto, soprattutto nei territori ad alta vulnerabilità, è non confondere la riqualificazione con la sola trasformazione fisica. Le periferie non sono tutte uguali e non coincidono sempre con ciò che sta ai margini della città. Ciciliano ha messo in discussione la parola stessa “periferia”, indicando una fragilità che può attraversare anche aree centrali, quartieri apparentemente consolidati, contesti in cui la distanza non è geografica ma sociale. «Ci sono aree periferiche anche nei centri delle città. La vera sfida è fare in modo che la parte sociale del contesto in cui si opera sia riqualificata insieme alla parte materiale».
È qui che l’architettura torna a essere politica pubblica. Non basta costruire, ristrutturare, inaugurare. Nei luoghi in cui la comunità ha sperimentato abbandono, sfiducia o promesse non mantenute, ogni progetto deve misurarsi con il tempo della relazione.
«Un programma di riqualificazione sociale è importante quanto la ricostruzione materiale», ha aggiunto Ciciliano. La qualità dello spazio, in questa prospettiva, non è separabile dalla qualità del processo: ascolto, prossimità, presenza istituzionale e riconoscimento diventano condizioni progettuali.
Il tema della fiducia emerge come infrastruttura invisibile ma decisiva. Dove il rischio di marginalità cresce, l’intervento pubblico deve produrre segnali concreti, visibili, capaci di riattivare appartenenza. «Quando si agisce in una comunità sfiduciata, per lavorare insieme serve fiducia. E la fiducia nasce anche dal vedere con i propri occhi che qualcosa sta cambiando».
In questa lettura, la Grande Moschea di Roma diventa un caso emblematico. Progettata da Paolo Portoghesi, con riferimenti alla tradizione islamica e ai materiali dell’architettura romana, è stata raccontata come un edificio capace di incorporare nel proprio Dna il dialogo tra comunità, culture e saperi progettuali. Non solo luogo di culto, quindi, ma presidio culturale, spazio di riconoscimento e testimonianza urbana della libertà religiosa. “Architetture di pace” ha così ricondotto il progetto al suo significato più ampio: non solo forma, funzione o prestazione, ma capacità di generare relazioni. La città può produrre inclusione o disuguaglianza, coesione o conflitto. Può essere un insieme di frammenti separati oppure un’infrastruttura di comunità. La differenza sta nel modo in cui le istituzioni, i progettisti e gli abitanti riescono a costruire processi condivisi, soprattutto nei luoghi in cui la vulnerabilità sociale rende più urgente la presenza dello Stato.
La pace, allora, non resta una categoria astratta. Diventa una pratica urbana. Si misura nei quartieri, nei servizi, nella cura degli spazi comuni, nella capacità di trasformare le fratture in luoghi di relazione. E richiama una responsabilità precisa per chi progetta e governa le città: non limitarsi a intervenire sui muri, ma lavorare sulle condizioni che permettono alle comunità di riconoscersi, abitare e fidarsi di nuovo.
In copertina: ©️ Grande Moschea di Roma – PPAN









