Non basta costruire: l’architettura italiana cerca una nuova responsabilità

27-05-2026 Tommaso Nonni | Paola Pierotti 4 minuti

27-05-2026 Tommaso Nonni | Paola Pierotti 4 minuti

Non basta costruire: l’architettura italiana cerca una nuova responsabilità

Dalla Carta di Parma una piattaforma per ricucire visioni, responsabilità e politiche urbane

Mettere al centro la qualità del progetto, trasformare la Carta di Parma da manifesto a piattaforma operativa, costruire una rete capace di incidere sulle politiche pubbliche e sulla cultura urbana. È attorno a questi driver che si è sviluppata la tavola rotonda dedicata al futuro dell’architettura italiana (oggetto tra l’altro di una nuova mostra al Maxxi dal 29 maggio, in occasione dell’80° anniversario della Repubblica, raccontando il ruolo oggi riconosciuto a livello internazionale di una nuova generazione di architette e architetti italiani e aprendo uno sguardo sul futuro), seconda parte dell’evento di presentazione della Carta che si è svolta il 19 maggio 2026 nella sede della presidenza del Senato.

Per Lorenza Baroncelli, direttrice del dipartimento architettura del Maxxi, sono tre le grandi fasi dell’evoluzione dell’architettura italiana: la ricostruzione nel dopoguerra, la sopravvivenza nell’epoca della globalizzazione e una nuova stagione segnata dalla regionalizzazione attuale.


«L’architettura italiana è chiamata oggi a conquistare il proprio ruolo di responsabilità, tornando a essere uno strumento di costruzione identitaria e culturale»


E ancora, «l’architettura è spesso molto più lenta delle trasformazioni che avvengono intorno a sé», dice Baroncelli (la cui voce e pensiero abbiamo già raccolto su thebrief in cui ribadiva che «oggi gli architetti vogliono prendersi cura della città e delle sue trasformazioni. E queste possono diventare occasione di democratizzazione dei popoli, come servizio per il tessuto urbano»), richiamando la velocità dei cambiamenti sociali e culturali degli ultimi anni.

Dal Ministero della Cultura, forte il richiamo al tema della “cura” come principio guida dell’azione pubblica. Per Maria Piccarreta, dirigente del settore “Architettura contemporanea, periferie e rigenerazione urbana” del Mic, «non si progetta se non si conosce», indicando nella conoscenza dei luoghi e nella partecipazione culturale gli strumenti fondamentali della rigenerazione urbana.

L’architettura contemporanea quindi come elemento capace di trasformare spazi anonimi in luoghi riconoscibili e vissuti. «L’esperienza culturale in un luogo permette di abbattere le barriere percettive», ha osservato Piccarreta, sottolineando il valore della partecipazione attiva delle persone.


«L’architettura senza la dimensione umana non avrebbe alcun senso»


Nel dibattito e nella mappatura di realtà e istituzioni impegnate, l’esempio della commissione cultura della Casa dell’architettura di Roma, raccontato da Federica Morgia, che ha descritto l’istituzione dell’Ordine degli Architetti di Roma, con la guida di Claudia Ricciardi, come “la casa di tutti”, con l’obiettivo di animare una piattaforma internazionale di confronto, capace di valorizzare l’architettura italiana in una dimensione globale.

Dal versante istituzionale e giuridico, per il Ministero delle Infrastrutture, Riccardo Capecchi (che è anche presidente della Fondazione Lottomatica impegnata sul tema degli usi temporanei) ha insistito sul concetto di architettura come bene di interesse pubblico e atto di cultura. Nel suo intervento ha richiamato il pensiero di Massimo Severo Giannini, giurista e politico italiano, Ministro per l’organizzazione della pubblica amministrazione e per le Regioni nel Governo Cossiga, sottolineando la necessità di una pubblica amministrazione dialogante, capace di condividere processi e decisioni con professionisti e comunità.


«La pubblica amministrazione deve sapere integrare competenze e visioni», e la Carta di Parma ha tutte le carte per promuovere la «ricucitura di relazioni e visioni all’interno delle città contemporanee»


La Carta di Parma, sotto la lente dei costruttori, e in particolare di Stefano Betti, vicepresidente di Ance (ed ex presidente di Ance Emilia Romagna), enfatizza il rapporto tra sostenibilità economica, qualità architettonica e funzione sociale della città. «Costruire non significa produrre metri quadri qualsiasi», ha dichiarato, spiegando che le città hanno bisogno di «metri quadri nuovi e strutturati che siano di qualità».

Quale ruolo e responsabilità da parte dei Comuni? Daniele Silvetti, sindaco di Ancona e vicepresidente vicario di Anci, rivendica la forte sintonia tra i principi della Carta e le esigenze concrete delle amministrazioni locali. «I sette punti della Carta di Parma sono sovrapponibili alla bussola dei sindaci», ha affermato, indicando la città come il principale luogo di applicazione delle strategie discusse. Ecco che l’urbanistica rimane lo strumento per evitare “ghetti o quartieri inaccessibili” e per costruire città realmente inclusive.


In questo contesto anche uno dei primi interventi pubblici del neo-presidente del Cnappc  Alessandro Panci che respinge l’idea dell’architetto come semplice operatore economico, che invece deve guardare anche al tessuto sociale ed economico delle città. «Prima di curare le città dobbiamo prevenire», ha detto, richiamando il tema della pianificazione e della qualità urbana.


Da Inarch è arrivata una riflessione critica sullo stato dell’architettura contemporanea italiana. La coordinatrice nazionale Beatrice Fumarola sottolinea il valore della tradizione nazionale ma osserva che «l’architettura italiana non gode esattamente di ottima salute». Ne sono una prova il numero limitato di opere di qualità diffuse sul territorio nazionale e la necessità di una legge capace di promuovere concretamente la qualità architettonica, rafforzando anche la domanda pubblica.

Non secondario l’apporto della comunicazione e Michele Roda, direttore de Il Giornale dell’architettura, commenta che «il manifesto rappresenta un’opposizione a una situazione difficile, ma deve rimanere uno strumento aperto, flessibile e capace di adattarsi ai diversi contesti territoriali». E se rimane vera la rotta per cui la “Carta di Parma” sfida il mercato e rimette al centro la responsabilità del progetto nel confronto si ribadisce che «la sfida prioritaria sarà quella di riuscire a tenere insieme la visione culturale e la necessità di risposte rapide, evitando che la qualità progettuale venga sacrificata con il tempo delle procedure».

In copertina: quartiere San Ferdinando, Napoli ©Pixabay

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Tommaso Nonni
Paola Pierotti
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